Giovanni Pascoli nello specchio delle sue carte
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Giovanni Pascoli fotografo

Le foto nell’archivio Pascoli

Nell'archivio Pascoli, accanto a molte foto tradizionali scattate in studio (foto delle sorelle e del poeta ritratti in varie fasi della loro vita, del poeta con paludamenti accademici, di parenti e amici, ecc.), ci sono anche numerose immagini fotografiche del tipo sopra descritto, scattate e sviluppate dal poeta stesso. Sappiamo che Pascoli possedeva una macchina fotografica Kodak, che ancora si conserva nella casa di Castelvecchio: era un modello del 1895 (il primo modello della Kodak a rullino è della fine degli anni Ottanta dell’Ottocento) che fu regalata al Poeta dai fratelli Orvieto, insieme a un bastone da passeggio lavorato e a una pipa, per ringraziarlo della sua collaborazione a “Il Marzocco”.

Evidentemente Pascoli, nonostante il suo rifiuto della società industriale, era sensibile agli oggetti della modernità, e certamente rimase affascinato da questo nuovo mezzo espressivo. In qualche modo, la foto rappresentava anche una sorta di un gioco di società del periodo: utilizzare questo nuovo mezzo di riproduzione consentiva di immortalare momenti ludici, passeggiate, visite di persone particolarmente gradite. E non si trattava solo di scattare foto ma anche di svilupparle.

Alcune di queste foto sono montate su un passepartout con una iscrizione latina significativa: Opus aetherii solis et Iani Nemorini, “opera dell'etereo sole e di Giovanni Pascoli” (con una latinizzazione del nome del poeta). Dal momento che in alcune di queste fotografie compare anche il poeta, è evidente che non sempre è lui l’autore dello scatto. In questi casi, possiamo ipotizzare che le fotografie siano state sviluppate da Pascoli, come se il momento dello scatto non fosse ancora stato riconosciuto come quello più importante nell'opera creativa del fotografo ma venisse considerato come una semplice azione meccanica, la mera pressione del dito sul pulsante.

A questo proposito va ricordato come, allora, lo sviluppo della fotografia non fosse affatto facile e sappiamo che con lo sviluppo Pascoli ebbe non pochi problemi, tanto da scrivere, per avere consigli in materia, a Michele Bertagna, giovane fisico che abitava a Barga. Proprio a Barga – che sembra essere stata, in quel momento, un paese molto cosmopolita - Bertagna aveva conosciuto un altro fisico, il francese Gabriel Lippman (che fu poi insignito del premio Nobel), il quale aveva inventato un procedimento per fotografare a colori. Lo stesso Bertagna, nel 1905, inventò poi un suo procedimento per la stampa a colori e in casa Pascoli, nello studio dietro la grande scrivania, è appesa al muro una piccola fotografia a colori del poeta, fatta dallo stesso Bertagna.

Dunque Bertagna conosce (non a Parigi: a Barga!) Lippman, impara e migliora il procedimento per lo sviluppo a colori, ed è in contatto con Pascoli, che forse coltiva questa amicizia anche per la competenza di Bertagna nei procedimenti di stampa fotografica.

Così scrive Pascoli a Bertagna nel dicembre del 1900: “Carissimo, quel Mordini (una foto scattata da Bertagna all'anziano uomo politico risorgimentale barghigiano) sembra un'incisione di Morgan: come fa? La ringrazio delle pellicole e delle bellissime riproduzioni, per me sono bellissime. La prego di mandarmi istruzioni semplici sul modo di sviluppare le pellicole. Le nostre riescono troppo, per così dire, scarnificate, non hanno quella opacità che le fa parere a certa luce al tutto nere”. Chiede anche come stampare le foto “come le stampa lei, che paiono delle vere e proprie incisioni”. Si ricorda che nel processo di sviluppo artigianale delle fotografie gli acidi che vengono utilizzati, la loro miscelazione, il tempo di esposizione agli acidi, sono tutte componenti fondamentali per ottenere un buon risultato. Le parole “opacità” “scarnificate” probabilmente indicano che le fotografie sviluppate da Pascoli appaiono, a lui stesso, troppo “bianche”, poco incise.

La lettera testimonia quindi che Pascoli stava facendo degli esperimenti di sviluppo fotografico: del resto, sappiamo che dopo aver ricevuto in regalo la macchina fotografica Kodak (“il Kodak”, come lo chiamava lui) aveva chiesto, non direttamente agli Orvieto ma ai loro intermediari, che gli mandassero anche gli strumenti necessari per lo sviluppo.

Nell’archivio troviamo anche fotografie fatte da amici (come Caselli): nel gioco di società indotto dal nuovo mezzo le persone si fotografavano reciprocamente e poi si scambiavano le immagini, le impressioni, i consigli. Sulle immagini troviamo elementi che ci permettono di risalire a chi le aveva scattate e, forse, sviluppate. Nel caso di Pascoli, come abbiamo detto, compare la dicitura Opus aetherii solis et Iani Nemorini; nel caso di Caselli, il suo nome e poi la scritta “riproduzione vietata”.

Questo tipo di foto sono spesso estremamente sbiadite, per essere apprezzate occorre un lavoro di correzione che ripristini il contrasto. Un tempo quest'operazione si faceva rifotografando le albumine scolorite utilizzando pellicole molto “dure”, capaci di far emergere i contrasti. Oggi, con il digitale, questa operazione la possiamo fare molto più facilmente.

Nella galleria fotografica possiamo vedere alcune di queste foto: in una è ritratta Maria, la sorella di Pascoli, con due caprette che avrebbero dovuto fornire il latte per la figlia di Ida, la sorella che aveva lasciato il “nido” sposandosi e che doveva venire in vacanza a Castelvecchio.

In un’altra immagine vi vediamo, insieme ad altre donne, Maria e Gulì (il cane di Pascoli); sotto, la scritta: “fotografia fatta da noi”.

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Galleria fotografica

Multimedia

Sul colle di Caprona

Documentario realizzato da Milvio Sainati in occasione del centenario della morte di Giovanni Pascoli (6 aprile 1912 - 6 aprile 2012)