Giovanni Pascoli nello specchio delle sue carte
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Pascoli e la politica

La giovinezza anarchica

Per decenni la critica ha sentito l’esigenza di ridimensionare l’esperienza politica rivoluzionaria fatta dal poeta durante i suoi anni universitari, smorzandone i toni e mettendone perfino in dubbio la serietà e l’autenticità, per risolvere l’aporia che si veniva a determinare tra due momenti esistenziali – giovinezza e maturità – così diversi tra loro. A tal segno diversi, che si è più volte sostenuto che, pure nel suo periodo internazionalista, Pascoli rifuggiva da ogni forma di violenza così come avrebbe poi fatto negli anni successivi, spiegando alcune sue parole e atteggiamenti come una forma di emulazione di più incisivi e carismatici compagni. In realtà, tuttavia, le ricerche d’archivio intensificate dalla fine degli anni Novanta ci consegnano l’immagine di un ventenne disinteressato agli sbocchi professionali del suo titolo di studio, incurante di un’eventuale carriera scolastica, per non dire del suo prolungamento accademico (sub specie carducciana), propenso più che altro a un impegno di giornalista o addirittura di intellettuale di partito; e la famiglia, quel famoso nido, mito tutto nazionalpopolare, da un tale impianto di vita rimane, o rimarrebbe, esclusa, nel senso che in ben nove anni Pascoli, pur tornando periodicamente in Romagna, non andò mai a trovare una sola volta le sorelle in convento a Sogliano, e neppure risulta che fosse con loro in contatto epistolare. Una posizione aggravata dal fatto che nel 1876 moriva Giacomo, e il testimone di “piccolo padre” sarebbe dovuto passare nelle sue mani. Un vero enigma sotto il profilo biografico, non vi è dubbio, stante la centralità e la funzione strutturale di sostegno e di indirizzo che il nido acquisì nella vita, e in parte nella poesia. Anche nella politica.

Giovanni approda a Bologna nel novembre 1873. E Bologna è insieme la città universitaria di Carducci e la roccaforte anarco-socialista di Andrea Costa. Il politico imolese era di quattro anni più anziano di Pascoli e dal 1870 iscritto alla Facoltà di Lettere. Quando Giovanni conobbe Costa non è possibile determinarlo con certezza, anche perché non v’è accordo tra le fonti: secondo la sorella Maria la conoscenza risale al 1876, mentre secondo un compagno internazionalista, Gaetano Zirardini, Giovanni fu internazionalista fin dal 1874. Maria stessa, che è solitamente molto cauta nello sfiorare l’impegno socialista del fratello, ammette che «i loro ideali di umana e sociale giustizia, il loro amore per tutto ciò che è bello e buono e la loro povertà li legarono subito in amicizia», per quanto poi, come correttivo, affermi che il sentimento socialista di Giovanni nulla aveva a che fare con l’internazionalismo di Costa, per non dire con il comunismo di Marx. E sull’estraneità al marxismo teorico certo si deve concordare. Pascoli fu dichiaratamente quanto spontaneamente refrattario allo scientismo rivoluzionario e intese la lotta politica, finché fu lotta, finché conservò le stigmate di un conflitto, come partecipazione, solidarietà, personale coinvolgimento. La rivoluzione era in un certo senso la proiezione attiva della propria autobiografia di umile orfano oltraggiato dalla violenza della storia, e dall’ingiustizia. Poi, a maturità raggiunta, un’età stanca, arresa, quel fervore, cui non era stato estraneo un ceppo di genuina violenza, lasciò il posto a un armonico e per certi aspetti velleitario disegno di irenismo universale.

Sono stati gli studi inaugurati negli anni ’60 da Renato Zangheri, quindi proficuamente proseguiti da Elisabetta Graziosi, a fare luce sull’effettivo impegno prestato dal poeta nelle file dell’Internazionale: i documenti conservati nell’Archivio di Stato di Bologna consegnano l’immagine di un giovane rivoluzionario, sempre in prima fila qualora si tratti di organizzare riunioni clandestine, aiutare Costa durante la sua latitanza, tenere conferenze per i compagni, scrivere e diffondere volantini e manifesti. E se nel 1875 perse la borsa di studio, non fu, come racconta Maria, per l’arrogante risposta data in seguito alle manifestazioni contro il Ministro della Pubblica Istruzione Bonghi; ma, più banalmente, perché non aveva dato tutti gli esami necessari per mantenerla, quella borsa di studio. Alla frequenza delle lezioni non era molto interessato, neppure a quelle di Carducci, con cui, per sfatare un altro mito biografico, i rapporti non erano poi così idilliaci. Il fatto che nell’80 il poeta riprenda in mano il progetto di laurearsi a Firenze testimonia che Carducci e l’università non erano i motivi che lo inducevano a restare a Bologna; e se non darà un seguito effettivo al suo disegno è solo perché a Firenze non avrebbe avuto mezzi di sostentamento. La permanenza di Pascoli a Bologna è a tal punto dovuta all’amicizia con Costa e al suo impegno politico, che i periodi in cui quest’ultimo si trovò in carcere o all’estero sono quasi tutti sovrapponibili a quelli in cui Giovanni esternò di volersi trasferire altrove.

Tutte le scelte di Giovanni dal momento della perdita del sussidio e quindi dall’inizio della fase centrifuga a quello della ripresa degli studi nel 1880 sono indubbiamente legate alle sue idee politiche internazionaliste, compresa quella dell’attività giornalistica: il suo impegno nelle file dell’Internazionale conoscerà un’intensificazione a partire appunto dal 1875, fino ad arrivare all’arresto nel 1879. Dopo questa data, tuttavia, il suo attivismo politico non andrà incontro ad una brusca interruzione, semplicemente si manifesterà in forme pratiche e teoriche mutate, e la ragione di ciò non andrà cercata soltanto nella traumatica esperienza del carcere, né tanto meno in ragioni soggettive o psicologiche, ma in mutamenti del mondo politico che proprio allora si stavano verificando.

Negli anni della militanza la produzione poetica pascoliana si muove su un doppio binario, quello delle riviste letterarie come “Pagine Sparse” e i “Nuovi Goliardi”, e quello delle testate internazionaliste come “Il Martello” di Costa e “Il Nettuno” di Domenico Francolini, sul quale il 17 febbraio 1878 pubblicava La morte del ricco, una poesia dai contenuti funzionali per chiarezza argomentativa alla propaganda politica: in essa tornano come in una processione di ombre tutte le figure protagoniste dell’ideologia socialista, la donna sedotta e abbandonata, il figlio illegittimo, il contadino sfruttato, il minatore morto sul lavoro, il soldato costretto ad essere uccisore e poi ucciso, e infine una serie di spettri che accusano di aver patito la fame e il freddo. Di tutto, si noti il titolo della composizione, è responsabile la ricchezza, l’accumulo, in una parola il capitale. E ancora nel ’78 Pascoli scriverebbe, secondo la testimonianza di alcuni compagni del tempo, la cosiddetta Ode a Passanante, per celebrare l’impresa del cuoco anarchico potenziale regicida, un componimento per cui è d’obbligo usare il condizionale, dal momento che non è giunto fino a noi e secondo Maria addirittura non fu il fratello a scriverlo. Il 1878 si configura indubbiamente come l’anno in cui l’impegno politico pascoliano raggiunge il suo apice, come pare attestare anche un vero e proprio inno socialista anarchico intessuto dei motivi del catastrofismo utopico anarchico, con un contenuto ad alto tasso di violenza sanguinaria (“sol rida chi ha posto le mani nel sangue”), in cui l’Internazionale viene presentata come alba di un nuovo giorno per l’umanità, come realizzazione di un desiderio di vendetta e libertà. E questo è appunto l’anno in cui le carte di polizia registrano tutti gli spostamenti del poeta continuamente pedinato. Tutto ciò fino al 7 settembre 1879, giorno in cui Pascoli viene arrestato per aver manifestato contro la sentenza di condanna per alcuni internazionalisti imolesi accusati di manifestazioni sovversive a favore di Passanante. Resterà in carcere per circa cento giorni, fino al 22 dicembre, allorché verrà rilasciato, prosciolto da ogni accusa. La frase da lui pronunciata durante un interrogatorio (“Le mie idee mi conducono ad appartenere a quella parte di socialisti che desiderano il miglioramento della società senza pervertimento dell’ordine”) è stata per molto tempo considerata la prova del suo non essere mai stato un vero rivoluzionario, del non aver mai preso sul serio l’attività politica, e dunque ecco spiegata l’altrimenti inspiegabile e repentina decisione di riprendere gli studi, dare gli esami mancanti e laurearsi. Ma se è vero che questa svolta biografica ci fu, bisognerà comunque ricordare che fino alla laurea l’impegno politico non cessò, e che questa svolta trova la sua vera spiegazione ancora una volta in ragioni di ordine politico. Né poteva essere altrimenti, considerato il fatto che Giovanni aveva vissuto la sua passione politica all’interno di una meglio gioventù fatta di sodali molto affiatati, guidati e motivati dal princeps iuventutis Andrea Costa. E proprio Costa il 27 luglio 1879 aveva scritto la lettera Ai miei amici di Romagna, un documento che sanciva la necessità dell’uscita dell’internazionalismo dalle secche dell’anarchismo in direzione della prossima svolta legalitaria dell’82. In quella lettera, documento periodizzante nella storia del movimento operaio, il leader socialista proclamava che la rivoluzione restava come fine, non era più il mezzo, giacché i tempi non erano ancora maturi per la liquidazione sociale, e piuttosto si doveva tornare al popolo e immergersi in esso, indagandone i bisogni, conoscendolo più a fondo, altrimenti con l’idea della rivoluzione ad ogni costo il socialismo avrebbe rischiato di estinguersi in un vortice di violenza. Costa di fatto accusò, in quanto la sua fu anche un’autocritica, il movimento di autoreferenzialità. E lo indirizzò in direzione della società, nelle sue plurime versioni ambientali e professionali (a cominciare dalla scuola, dall’istruzione pubblica, che fu il ruolo assegnato a Pascoli), per una sorta di pragmatica quanto matura neoevangelizzazione ideologico-politica, che conseguì effetti duraturi e decisivi nel creare una opposizione legale a uno Stato oligarchico. La legalità, come necessità per far rientrare in gioco il movimento, per rendere nazionale l’internazionale, attiva e utile l’anarchia altrimenti dispersa nei mille rivoli di un attivismo a rischio di inconcludenza, fu la grande intuizione di Costa, e tutti o quasi rientrarono in quell’alveo. Perciò se Giovanni stava cambiando, in realtà si apprestava a seguire il passo delle cose che cambiavano intorno a lui. Al modo in cui Costa, da rivoluzionario quale era stato, nel 1882 diveniva il primo deputato socialista della storia italiana, Pascoli aveva attuato il suo personale ritorno all’ordine laureandosi il 17 giugno dello stesso anno, e già dai primi di ottobre intraprendendo la carriera di insegnante con destinazione Matera: il suo impegno politico non era ancora venuto meno, anche se stava assumendo forme diverse che poi si sarebbero compiutamente realizzate nel suo socialismo maturo.

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Sul colle di Caprona

Documentario realizzato da Milvio Sainati in occasione del centenario della morte di Giovanni Pascoli (6 aprile 1912 - 6 aprile 2012)