Giovanni Pascoli nello specchio delle sue carte
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Pascoli e la politica

La politica della maturità

Dopo la laurea è quasi certo che Costa e Pascoli non ebbero più contatti diretti. E ai fini dell’elaborazione del suo nuovo pensiero politico giocò invece un ruolo fondamentale la possibilità di parlare da una cattedra universitaria, da Messina a Bologna, soprattutto quando a Bologna si sentì il diritto e il dovere di proseguire – originalmente – la funzione già carducciana di cantore delle imprese nazionali.

Il socialismo pascoliano andrà progressivamente modificandosi, abbandonando la portata rivoluzionaria del verbo anarchico, e accogliendo invece implicazioni umanitarie e patriottiche (patria come famiglia, patria come nido), che non rinunciavano a tingersi di sfumature addirittura nazionalistiche. Nazionalismo che mascherava l’offesa bellicista insita nel suo verbo con la copertura vittimistico-autotutoria di un difensivismo della forza-lavoro, la quale, in eccesso, poteva sgorgare, liberarsi e liberare, per le vie di un imperialismo bracciantile. Che fosse genuino il suo pensiero, non toglie che risultasse e ancora risulti equivoco all’analisi storica. Certo il poeta continuò a sentirsi sempre e sinceramente socialista, inoppugnabilmente a parte subiecti, almeno da un punto di vista di affinità sentimentale, se non proprio di ortodossia politica, e questo anche per ragioni di proiezione autobiografica, là dove l’autobiografia, nel caso pascoliano, risultava sempre piuttosto ingombrante, e in fin dei conti dettava lo spartito all’idea: «io sono stato sempre misero, e sto coi miseri; io ho patito l’ingiustizia, e non sto con quelli che la giustizia non fanno», aveva scritto nella Lettera a Lucifero, pubblicata sul «Proletario» di Messina l’8 dicembre 1900. Quella che era venuta meno era la condivisione ideologica circa il principio della rivoluzione e della lotta di classe, giacché, a suo dire, l’Italia era priva di classi, essendoci piuttosto una piccola borghesia sempre sul punto di varcare la soglia dell’indigenza e dunque del proletariato, incapace di vivere all’altezza delle aspettative e impossibilitata perfino a maritare le proprie figlie (e qui come non pensare al caso della sorella Maria). Non solo. Perché anche la piccola proprietà, sub specie della siepe, andava salvaguardata: non aveva alcun senso augurarsi la proletarizzazione dei piccoli proprietari terrieri, così come non aveva alcun senso augurarsi di far soffrire nel presente uno, foss’anche per far godere, nel futuro, tutti quanti. Per Pascoli la lotta doveva essere spostata piuttosto sul piano dei conflitti tra nazioni, in quanto esistono nazioni proletarie e nazioni imperialistiche, e le prime rispetto alle seconde hanno il diritto di rivendicare il loro posto al sole: le nazioni devono perciò essere sostenute contro gli imperi-simboli del dominio capitalistico, evitando così che i singoli popoli vengano assorbiti dai più forti fino a dare luogo a un unico impero terracqueo. È il verbo del «socialismo patriottico» - formula ossimorica quant’altre mai, ma non nella visione pascoliana – teorizzato nel discorso Una sagra pronunciato a Messina nel 1900. Questi sono i presupposti ideologici che sottostanno al celeberrimo discorso dedicato alla campagna di Libia del 1911, La grande Proletaria si è mossa (Barga, 21 novembre 1911), in cui il poeta, ormai da circa un lustro titolare della cattedra carducciana di Bologna, contiguo ai luoghi del vatismo più ufficiale, emulo quindi di quel ruolo di tribuno italico rivestito per decenni dall’antico maestro, prendeva posizione a favore dell’impresa coloniale, in questo accordandosi ad alcune posizioni dell’opinione pubblica del tempo in un’Italia ancora dilaniata da irredentismo e volontà di diventare Stato moderno. La conquista della Libia, infatti, era stata accolta con favore in quanto si sarebbe configurata come potenziale sbocco per tutti quei lavoratori che così non sarebbero più stati costretti ad emigrare in terre straniere dove essere sopportati e discriminati, ma avrebbero continuato a soggiornare sul suolo patrio. In quella sua protesi imperiale. Si tratta di posizioni con venature evidentemente nazionalistiche, che tante critiche attireranno al pensiero pascoliano, prime fra tutte quelle di ex compagni internazionalisti come il già citato Domenico Francolini. In questo caso il poeta forse peccò di scarso senso della realtà, perché non mise nel conto dell’impresa quello che essa costò in termini di vite umane innocenti, un costo che mal s’accordava con la sua visione palingenetica di un’umanità che avrebbe dovuto incamminarsi verso un futuro di felicità in quanto incremento di sentimento di carità e pietà nel cuore dell’uomo: ma il suo utopistico colonialismo, così come l’aveva teorizzato e predicato, avrebbe dovuto essere di lavoro e non di sfruttamento, avrebbe dovuto servire e aiutare, non prevaricare. Un dover essere, un voler essere, che non si conciliava al paradigma di realtà. Irrealismo pacifista, anzi utopismo pacificatore, applicato alla guerra, questa la grande e non superabile aporia, tipica di una mente come quella pascoliana, non addestrata al realismo se non a quello della poesia. Se l’imperialismo di d’Annunzio fu marcatamente crudele, quello di Pascoli fu buono. Proprio nel discorso L’avvento (Messina, 1901), Pascoli definisce il socialismo come «fenomeno d’altruismo», come un fatto di carità e d’amore, movimento politico che ha avuto il merito d’inaugurare un nuovo regno della pietà, in cui, ancora una volta, non avrebbero avuto peso le divisioni di classe, perché l’elevazione delle singole classi sarebbe avvenuta comunque per opera di quelle superiori, in una moderna concordia ordinum. «Ecco la base del mio socialismo: il certo e continuo incremento della pietà nel cuore dell’uomo»: l’unica lotta che è legittimo combattere sarà dunque quella da ognuno ingaggiata con se stesso qualora non riesca a conformarsi all’ideale propugnato per l’umanità futura. Ed ecco allora che il socialismo secondo Pascoli era investito di una missione civilizzatrice, là dove civiltà significava vittoria dell’uomo contro i suoi istinti ferini e primitivi. Il socialismo scientifico di Marx portava in sé il germe del fallimento perché pretendeva perseguire la giustizia su presupposti razionali, mentre soltanto l’amore avrebbe rivoluzionato gli animi e, insieme ad essi, avrebbe segnato un nuovo assetto societario. Il socialismo come fatto d’amore. E questa non fu un’aporia, ma un’intuizione potenzialmente feconda, realizzabile cioè, versando l’amore e laicizzandolo in solidarietà, comune responsabilità, come socialismo attuato nelle socialdemocrazie. Anche perché gli uomini, sperduti in un cosmo incomprensibile e soli davanti alla morte, non avrebbero potuto non sentirsi e riconoscersi fratelli (come nell’Era nuova, discorso messinese del 1899). Qui il suo socialismo odorava di Ginestra leopardiana: la social catena davanti al destino.

La convinzione dell’inutilità, e anzi, della perniciosità della lotta di classe, che pure rappresenta il fondamento della dottrina socialista, è l’elemento più peculiare del pensiero politico pascoliano, un elemento che forse gli derivava anche dai precetti massonici di fratellanza universale. La lotta di classe in quanto lotta dell’uomo contro l’uomo era per lui inconcepibile e causa di ogni male presente e futuro, e ugualmente erano incomprensibili i contrasti tra partiti, dunque ne sarebbe stata inficiata ogni vita politica reale. È una visione originale e personale al tempo stesso, perché il figlio di una famiglia troppo precocemente spezzata, e di nuovo andata in frantumi con il tradimento di Ida, non poteva non auspicare l’armonia della più grande famiglia umana, non poteva non volere che tutti i nidi, individuali e collettivi, restassero integri e al sicuro dagli artigli di potenziali predatori. Siffatte prese di posizione si riverberano anche sulla lettura che del Risorgimento Pascoli diede, complice pure il calendario, giacché il 1911 fu l’anno santo della patria: e così il Risorgimento pascoliano, quello degli omonimi Poemi, editi postumi nel 1913, fu anche un Risorgimento d’occasione, e che fosse d’occasione si avverte nella poematicità contorta, nella struttura laboriosa, negli esiti raramente felici, in una complessione astratta, dettata da circostanze e da doveri di teoria politica e rappresentatività sociale. La poematica risorgimentale divenne un luogo storiografico in cui sanare le crepe e conciliare gli opposti, miracolare il processo risorgimentale in una convergenza di armoniche sfere politiche, Cavour e Garibaldi, Mazzini e Vittorio Emanuele II, repubblica e monarchia, rivoluzione e diplomazia, senza polemiche e senza attriti, senza fazioni e senza recriminazioni. Insieme. Perché è così che doveva essere una famiglia. E la famiglia Italia, concelebrante la messa della patria Giovanni Pascoli, unita doveva essere e compatta, sotto l’egida dei suoi numi tutelari. Non solo. Anche storie millenarie partecipavano a quell’evento, tanto che la storia pascolianamente svaniva in mito e leggenda.

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Sul colle di Caprona

Documentario realizzato da Milvio Sainati in occasione del centenario della morte di Giovanni Pascoli (6 aprile 1912 - 6 aprile 2012)